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Creo ergo sum

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Io ho detto basta! Oggi, 2 maggio, dopo una Festa dei Lavoratori mai così discussa, ho deciso di scrivere un post dal sapore agrodolce. Scoprirai da te perché l’agro lascerà via via il posto ad un sapore più dolce!

Sono una webwriter freelence, creo contenuti di qualità, risorsa sempre più ambita da aziende, agenzie di comunicazione e clienti in generale, eppure troppo spesso mi ritrovo a combattere contro i mulini a vento. Ma ho deciso che no, non commetterò lo stesso errore del caro Don Chisciotte della Mancia!

Quali sono i miei mulini a vento? Mi riferisco alle proposte di lavoro gratutito (da quando in qua, poi, lavoro e gratuità vanno di pari passo?), alle giustificazioni che spesso devono accompagnare un preventivo o, e questo è ancor peggio, alle contrattazioni che talvolta i clienti cercano di intavolare, neppure fossimo al mercato del pesce.

Sono in tanti oggi a ricercare la qualità, le competenze, le capacità, ma in pochi sono disposti a pagarle. Che poi, con la scusa della crisi, non pochi tentano il gioco al ribasso, quando non si avventurano in improbabili pressioni perchè “tanto lavoro non ce n’è”!

Beh, io ho detto basta! Da un po’ di tempo a questa parte ormai dico di no a lavori sottopagati, a clienti disposti a sacrificare la qualità per il risparmio e, più in generale, a chi ancora proprio non riesce a capire la mia professionalità.

Ho la fortuna di essere un creativo, di poter dar vita a contenuti sempre nuovi e originali e non ho più alcuna intenzione di scambiare i miei mulini a vento per giganti dalle braccia rotanti con cui ingaggiare una lotta persa in partenza.

Creo, perciò sono.  Nel mio lavoro investo me stessa, le mie esperienze, le mie competenze, la mia passione, il mio cuore. Nessuno più, perciò, mi priverà della mia identità professionale!

Raccontami la tua

Sei d’accordo con me o credi che dovrei pormi con un atteggiamento diverso nei confronti del mondo del lavoro? Tu cosa ne pensi?

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Informazioni su Ludovica

Capello riccio un po’ selvaggio, nata con in mano una biro da battaglia più che con un’elegante stilo. Amo colorare con le parole vuoti spazi bianchi.

13 commenti

  1. Io temo che questo discorso valga non solo per il lavoro creativo. C’è il gioco al ribasso anche per la vendita di beni. Io facevo pasta fresca biologica, con la mia socia abbiamo faticato non poco a trovare dei clienti che dessero il giusto valore al cibo di qualità. E siccome la ricerca è stata vana, abbiamo chiuso e andate all’estero. Comunque fai bene a non svenderti

    1. Ciao Laura, ben ritrovata! 🙂
      Naturalmente ho raccontato la mia esperienza e di sicuro avrei preferito incontrare testimonianze antitetiche alla mia, ma, ahimé, mi stai dando conferma di ciò che pensavo.
      Credo, comunque, che nessuno debba svendere il proprio lavoro, anche se questo comporta rinunce e costose prese di posizione.
      Mi spiace davvero (perché non fa di certo bene a nessuno!) che chi lavora con passione e con qualità sia costretto a rivolgersi ai mercati esteri. Vi auguro di poter trovare la vostra strada anche nel nostro Paese.
      In bocca al lupo! 🙂

    1. Buongiorno Riccardo!
      Di certo prendere consapevolezza del proprio valore e venderlo al giusto prezzo non è semlice, ma diventa necessario.
      Ogni giorno ci troviamo di fronte a situazioni scomode, e a volte anche surreali, quindi credo sia inluttabile (oltre che giusto) che ad un certo punto scatti in noi la voglia di non svendersi!
      Grazie per il tuo contributo. E’ sempre un vero piacere! 🙂

  2. Ciao Ludovica,
    mi è piaciuto molto il tuo post, mi trovo d’accordo praticamente con tutti i punti salienti del tuo articolo.

    E dico solo questo: il lavoro -creativo o non creativo che sia- si paga e il suo valore va riconosciuto economicamente.
    Tutto ciò che investi -la tua professionalità, le tue competenze, il tuo tempo, la tua creatività- sono cose che valgono e hanno il loro giusto prezzo: se l’altra persona non lo riconosce o non vuole riconoscerlo perché gioca al ribasso, cerca altrove e peggio per lui. Your loss, baby. Non ha senso lavorare per chi per primo ti chiede e si accontenta del minimo, volendo spendere il meno possibile.
    Che lavoro esce fuori così? Mollare ed evitare questi clienti è meglio per te, perché sai che saresti delusa di lavorare al meno che il minimo sindacale e partorire un copy che non ti soddisferà al 100%.

    La crisi in molti casi è una scusa: se un committente parte con l’idea che “tanto scrivere lo sanno far tutti/il lavoro è poco/non è che sia tutto questo carico di testi/sono solo due-tre frasette, che ce vò” stai sicura che crisi o non crisi, tirerà sul prezzo o rifiuterà il tuo preventivo, perché lui per primo non capisce cosa ci sia dietro quelle tue “tre frasette”.
    Il cliente con la C maiuscola è quella persona che comprende il valore di ciò che fai e per questo è pronto a pagarlo il giusto.

    Ovviamente ci sono casi in cui un imprenditore, committente che sia, ha davvero problemi economici: allora si può trovare una via di mezzo (pagamento molto dilazionato ad esempio), fermo restando che il lavoro va pagato.

    La parte più difficile sta proprio nel capire quando un cliente è davvero economicamente in difficoltà, oppure se sta semplicemente tirando al ribasso.

    1. Ciao Valentina!
      Che bel riscontro! 🙂 E’ esattamente come dici: innanzitutto, è bene scegliere esclusivamente quei clienti che sono in grado di comprendere il nostro lavoro, che riconoscono le nostre competenze e apprezzano le nostre capacità. In gioco ci sono professionalità e autostima!
      Quanto al cliente in difficoltà, è vero, riconoscerlo non è semplice, ma neppure impossibile e in questi casi sono completamente disposta ad andare incontro alle sue esigenze e necessità, senza per questo sminuire il mio lavoro. E’ tempo di cambiare, ma ora davvero!
      Ho apprezzato particolarmente il tuo contributo. Grazie! 🙂

      A presto,
      Ludovica

  3. Una volta ho visto una vignetta che spiegava tutto.
    Un grafico mostrava il proprio disegno al cliente e questo gli chiedeva “Tutti questi soldi chiedi? Ci hai messo solo dieci minuti a farlo” e il grafico rispondeva “Sì, ma ci ho messo dieci anni a imparare come farlo”.
    Tornando all’articolo mi trovi perfettamente d’accordo, i lavori creativi sono sempre percepiti come quelli per cui “tanto ti diverti a farlo” oppure “ma è troppo come compenso!”.
    Una competizione sfrenata sui prezzi non porta ad altro che a un affossamento della qualità. Competenza ed esperienza devono essere pagate, sia che tu sia un idraulico che un web writer, punto.

    1. Ciao Ilario!
      E’ questo il punto: riuscire a capire che il lavoro creativo richiede esperienze, competenze, professionalità e studio continuo, che non possono essere sostituite da chiunque e che non possono (e non devono) essere svendute o sottopagate.
      Io ci spero ancora in una inversione di tendenza! Sarò troppo ottimista?

  4. Hai pienamente ragione! Ho lavorato per due anni come curatore della comunicazione social della Lega Serie A, mettendoci tutto me stesso con orari di lavoro al limite dell’umano e alla fine quando ho richiesto un contratto degno di questo nome (non a progetto!) per gli obiettivi raggiunti, mi è stato dato negato e allora ho deciso di andarmene. Tanto fuori se ne trovano altri, così mi è stato detto…

    1. Ciao Angelo!
      Forse nel tuo caso ancor più grave è l’incapacità di capire che una persona che per due anni ha vissuto il mio brand e se n’è preso cura, per di più in una vetrina così importante e visitata come il web, di certo dispone di un bagaglio informativo ed emozionale che un altro esperto (o meno…) non può avere. I rapporti si costruiscono di giorno i giorno e per comunicare efficacemente l’identità e l’immagine di un brand devi conoscerlo realmente e approfonditamente.
      Grazie per avermi raccontato la tua esperienza! 🙂

      A presto,
      Ludovica

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